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Andrea Guardo
Università degli Studi di Milano

 Due errori nella filosofia della percezione di John McDowell

 Nell’economia della strategia argomentativa di cui John McDowell si serve per criticare la nozione di contenuto non concettuale della percezione ricopre un ruolo fondamentale il riferimento a quello che Wilfrid Sellars ha definito il “Mito del Dato”. Ma anche se McDowell introduce la nozione di Mito del Dato rimandando esplicitamente a Sellars, la definizione che ne fornisce non è assolutamente quella che ne aveva fornito quest’ultimo. Infatti, secondo Sellars, il Mito del Dato è quella tesi generale secondo la quale sarebbe possibile un’esperienza prelinguistica di ripetibili, fatti, ecc… D’altra parte, per quanto nell’immagine della percezione che McDowell delinea il linguaggio abbia una parte (in relazione alla nozione di Bildung) e per quanto McDowell sostenga a più riprese che questa parte è una parte da protagonista, la verità è che il ruolo che il linguaggio e la comunità linguistica ricoprono in quest’immagine è del tutto estrinseco.

Ovviamente, il fatto che la definizione di McDowell sia differente da quella di Sellars non è, di per sé, un problema. Il problema è che, nella misura in cui la posizione di McDowell non fa alcun riferimento davvero essenziale alla comunità dei parlanti, questa posizione non è niente altro che un ulteriore episodio del Mito del Dato e, in quanto tale, si espone a quell’insieme di argomentazioni che Wittgenstein ha sviluppato nelle Ricerche filosofiche e che vengono comunemente riunite sotto l’etichetta di “Paradosso delle Regole”. L’interpretazione che McDowell fornisce del Paradosso è quindi tanto insostenibile quanto essenziale alla sua posizione. Questo è il primo errore che McDowell commette.

Il secondo può essere formulato come segue. Se anche si cercasse di modificare la posizione di McDowell in modo tale da conciliare il suo rifiuto della nozione di contenuto non concettuale della percezione con le tesi che Wittgenstein sostiene nel contesto del Paradosso delle Regole e con la critica di Sellars al Mito del Dato, ci si troverebbe comunque invischiati in quel circolo vizioso che proprio Sellars aveva cercato di spezzare con la sua teoria delle impressioni sensoriali (che, non a caso, è un aspetto della posizione di Sellars di cui McDowell non riesce a riconoscere l’utilità). Infatti, da una parte, il fatto che il contenuto della percezione sia concettuale, unitamente al fatto che i concetti vengono acquisiti con il linguaggio, implica che, per avere un’esperienza percettiva della forma questo è rosso, bisogna avere già acquisito (quantomeno) il concetto di rosso; dall’altra, sembra che, per acquisire il concetto di rosso, sia necessario avere una qualche esperienza percettiva della forma questo è rosso (o, in altre parole, che sia necessario vedere degli oggetti rossi). Sellars era andato molto vicino a risolvere questo problema riconoscendo, nella sua immagine della percezione, un posto a delle esperienze percettive dotate di contenuto non concettuale (le impressioni sensoriali) e descrivendo lo stretto rapporto che le lega alle esperienze percettive dotate di contenuto concettuale che anche McDowell accetta. Ma nella teoria di McDowell non c’è posto per nulla di simile: al suo interno qualsiasi riferimento alla comunità dei parlanti non può che essere o estrinseco o circolare.

In generale, le difficoltà cui la filosofia della percezione di McDowell si trova di fronte (e che lo portano a compiere i due errori di cui sopra) sono una diretta conseguenza della tesi secondo cui il contenuto della percezione non può che essere un contenuto concettuale. Ne discende che nessuna immagine plausibile della natura della percezione può prescindere da una qualche nozione di contenuto non concettuale.