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Brains, Persons, and Society *** ABSTRACTS Cervelli, Persone e Società ***ABSTRACTS |
Massimiliano
Carrara
Dipartimento
di Filosofia, Università di Padova
Riferimento,
identità e cardinalità
Siano
‘a’ e ‘b’ due termini singolari qualsiasi. Per i sostenitori
dell’identità
relativa
(Geach, ad esempio) l’enunciato d’identità “a è
identico a b” non
è
valutabile
a meno che non si specifichi il tipo di oggetti a cui a e b
appartengono.
Questa concezione dell’identità è, solitamente,
sostanziata
per
mezzo di queste tesi:
(T1) “a
è la stesso F di b” non è
analizzabile come “a è un F”,
“b è un
F”
e “a è lo stesso di b”.
(T2)
Ci sono, o possono esserci, casi in cui a e b stanno
nella
relazione
essere-lo-stesso-F ma non nella relazione essere-lo-stesso-
G anche
se ‘G’ sta per una proprietà che a o b possiedono,
dove F e
G sono
termini contabili.
(T3)
L’enunciato d’identità “a è uguale a b”
è indeterminato.
(T1)
è la tesi centrale dei sostenitori dell’identità
relativa. (T2) è
semplicemente
un’evidenza in più a favore di (T1), (T3) è una
conseguenza
di
(T1).
(T1) –
(T3) sono state variamente criticate. Si consideri la tesi standard
del
referenzialismo.
Ci riferiamo ad un oggetto particolare per mezzo di nomi
propri
o espressioni indicali. Se il riferimento è diretto un enunciato
d’identità
in cui occorrano nomi propri o espressioni indicali è
determinato,
vero
nel caso in cui i due nomi o le due espressioni indicali si riferiscano
allo
stesso individuo, falso altrimenti. Se il referenzialismo è vero
allora
(T3)
è falsa e (T3) è una conseguenza di (T1), la tesi
principale dei
sostentori
dell’identità relativa.
La
concezione relativa dell’identità è stata da alcuni
giustificata per mezzo
della
concezione fregeana della cardinalità (Geach, ad esempio in
[Geach
1973],
pensava che la verità della concezione fregeana della cardinalita
implicasse
la verità di quella relativa dell’identità), concezione
secondo cui
in
ogni enunciato in cui compare un’attribuzione numerica è sempre
coinvolto
un concetto che specifica, in ciascun caso, il tipo di oggetti
contati.
Per Frege l’enunciato:
a è
uno
o è
un modo incompleto di dire che:
a è
un F
o non
ha, altrimenti, nessun senso chiaro.
Domanda:
se la concezione relativa dell’identità è stata da alcuni
giustificata
a partire da una concezione fregeana della cardinalità possiamo
produrre
lo stesso tipo di argomento di quello sopra formulato per
l’identità
relativa
anche per la cardinalità?
La
risposta, prima facie, è: certo che possiamo.
Supponiamo di riferirci ad
un
particolare individuo, ad esempio un primo ministro, con il nome proprio
“a”,
ad un altro individuo, ad esempio l’ università di Milano, con
il nome
proprio
“b” e ad un terzo individuo, la mia copia di “Guida galattica per
autostoppisti”,
con il nome proprio “c”. Sembra del tutto leggittimo sia porsi
la
domanda:
(*)
Quanti sono?
sia
dare a (*) una risposta determinata: tre. Niente nella comprensione di
(*)
sembra
presupporre che la stessa debba essere riformulata come:
Quanti
F ci sono?
per
un qualche F che sia più specifico di ente o oggetto.
Una
conferma alla
tesi
sopra enunciata viene da alcune evidenze linguistiche. Si considera,
infatti,
perfettamente sensato e determinato un enunciato quale:
Se a
è identico a b allora a e b sono
uno
o
Se a
è identico a b allora a e b sono
un oggetto.
Se
ciò è vero allora la concezione fregeana della
cardinalità sembra essere
falsa
tanto quanto quella relativa dell’identità.
La
relazione intende analizzare le strategie difensive all’obiezione sopra
esposta
alla concezione fregeana della cardinalità.
Quella
più ovvia è questa. È vero che esempi quali:
Cicerone
e Tullio sono uno
o
esempi che implicano l’esistenza di tipi di entità come primi
ministri,
università
e copie di libri rendono chiaro che enunciati di cardinalità non
necessitano
– a fini di determinazione – che il predicato sia contenuto
esplicitamente,
né che vi sia un predicato. Da ciò non segue che in ogni
enunciato
del tipo:
a1...
an sono m
dove ‘m’
è un numerale, non sia attribuibile la cardinalità m ad
un concetto,
ad
esempio al concetto essere identico con a1 o con... o con an.
Il costo è
quello
di sostenere che: (a) non è necessario che un predicato sia
contenuto
esplicitamente
né che vi sia un predicato – e che magari esso sia soddisfatto
da un
concetto sortale (condizione che alcuni ritengono necessaria
perché un
concetto
sia contabile) – (b) l’attribuzione di concetti disgiuntivi non è
inappropriata
né banalizza la concezione fregeana della cardinalità.
Se
questo è vero l’argomento referenzialista è un problema
per la
concezione
relativa dell’identità, ma non per la concezione fregena della
cardinalità.
Riferimenti
Geach, P.T.
(1973), Ontological
Relativity and Relative Identity. In M.K.
Munitz (a
cura di), Logic and
Ontology, New York University Press, New
York, pp. 287-302.